Recensioni in Serie (tanto approssimative quanto interessanti)

Voi non lo sapete (e come potreste?) ma quando ho deciso di creare questo minuscolo spazio nel vasto mondo del webbe, avevo pensato di dedicarmi quasi esclusivamente alla scrittura di recensioni su film, serie tv ed album musicali.
Ovviamente l’idea di base è stata messa un attimo da parte perchè mi diverto molto di più a recensire i tipi umani, piuttosto che i semplici prodotti mediali.

Oggi però, vorrei onorare gli intenti creativi che mi hanno spinta a scrivere, per parlarvi di due serie molto carine che ho avidamente divorato in meno di 24 ore.

Netflix, ha un pregio enorme: sa cosa consigliarti.

Ora, sicuramente si sarà accorto che a me piacciono molto le serie un po’ datate (Vedi Californication, mon amour) e caratterizzate da colonne sonore che ti fanno cantare non appena senti i primi accordi della canzone in sottofondo.

Bene!
Proprio perchè Netflix ha capito, ha percepito proprio il mio essere vintage tanto dentro quanto fuori, ha deciso di propormi questa serie, al momento da una sola stagione, con la quale ho rivissuto visivamente e musicalmente un piccolo pezzo dei miei primissimi ricordi d’infanzia, legati a VHS, macchine da presa ingombranti, audiocassette, Oasis, Blink 182, The Verve e così via.
Sto parlando della serie in 10 episodi da 20-27 minuti ciascuno (perfetti per un binge-watching ossessivo/compulsivo) , dall’evocativo titolo “Everything Sucks!” [Per farvi entrare nel mood, vi lascio il link della playlist Spotify che vi consiglio di ascoltare =) ].

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Non starò qui a descrivervi punto per punto la trama perchè, a conti fatti, vi troverete catapultati nel classico mondo della serie tv americana dei primi anni ’90 ambientata in un liceo.
Ne ritroverete tutti i clichè ed è proprio questo il punto di forza vero di questa serie.

L’effetto “nostalgia” infatti, rende ogni scena, ogni frame molto tenero e “soffuso” perchè ti riporta letteralmente indietro nel tempo ed io, apprezzo veramente molto questo effetto, che riesce a “fidelizzarmi” ad un prodotto.

Nel suo essere apparentemente un po’ banale e già vista, questa serie ha un altro enorme pregio che la fa schizzare nella Top10 delle mie serie preferite di sempre forever: finalmente si cerca di parlare di omosessualità dal punto di vista di una ragazza.
Per me è un grande passo, vista la tendenza a rendere un tabù tutto quello che riguarda la sfera sessuale femminile.
Insomma, ormai al personaggio maschile che si scopre omosessuale siamo tutti avvezzi e quasi ce lo aspettiamo, che ad un certo punto arrivi un coming out.
Per le donne continua ad essere un attimo più difficile.
Non è una tematica nuova, la ritroviamo in Queer As Folk (altro capolavoro F A V O L O S O ), in cui tutti i personaggi principali sono omosessuali; non avevamo però ancora visto un’adolescente alle prese con la scoperta dei suoi gusti sessuali e con tutto quello che ruota intorno a questo argomento molto, molto delicato.
Oltre alle tematiche, ho amato la fotografia così sfacciatamente giallastra e, ovviamente, la colonna sonora!
Ragazzi, c’è tutta la mia vita.
D’altro canto, è tutto ambientato nel 1996, anno in cui gli Oasis pubblicano “What’s the Story? (Morning Glory)”, contenente tutti i loro più grandi successi.
E come fai a non urlare tutto il ritornello, quando parte Wonderwall? Come fai? NON FAI! E urli, perchè l’arte va celebrata e l’urlo celebrativo è la catarsi ultima che sintetizza nostalgia e amore imperituro per una canzone.

Se siete a corto di serie, se avete bisogno di qualcosa per occupare quei 20 minuti di pausa che vi concedete tra un capitolo ed un altro durante lo studio, “Everythinh Sucks!” è proprio “l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto”… pessima. Ma è in parte vero.
Renderà piacevoli le vostre pause. Fortemente consigliata ai futuri pronunciatori di: “Ai miei tempi si stava meglio”.

 

Siccome la serie sopracitata è finita veramente, veramente presto, Netflix si è preoccupato e mi ha detto: “Io non ti lascio da sola!” ed ha ben pensato di propormi un’altra serie da 8 episodi (mamma, la cattiveria…) da 20/27 minuti ciascuno che però questa volta non aveva particolarmente catturato il mio interesse e sapete perchè? Perchè proprio come ho già scritto nel mio articolo precedente (che vi consiglio di leggere, se almeno un po’ mi volete bene), io sono una fiera, fierissima Pippo Bauda della cultura pop; significa che se una cosa piace a tutti, a me per punto preso mi fa cacare, ecco.
Insomma, “come fu e come non fu”, ho deciso con scetticismo da pippobauda di dare una chance, ma una sola, a questa nuova serie tanto elogiata da tutti intitolata “The End of F***ing World” [anche qui, playlist Spotify per tuffarvi nel mood].

Che posso dirvi?
Hanno ragione, ad elogiarla. Questa stagione (perchè c’è solo la prima), è veramente perfetta.
Ed il protagonista mi ricorda molto un ragazzo francese che venne a stare da me per una settimana quando avevo 16 anni.
Sì, mi ricorda proprio il mio amico Pierre. Anche lui lentiginoso, magro come uno spillo ed evidentemente disturbato. Ma io gli voglio un mondo di bene proprio per il suo evidente disagio.

Risultati immagini per the end of the f ** king world

Dicevo…
Ci sono questi due ragazzi, James e Alyssa, abbastanza disturbati, che prendono e scappano dalla loro città.
E non vi dirò altro riguardo la trama perchè non ho nè il dono della sintesi nè quello di evitare gli spoiler. E voi non ne volete spoiler, vero?
Oh.
Visto il mio iniziale scetticismo, pensavo che avrei abbandonato tutto dopo il primo episodio ma poi, non so come e non so il perchè, mi sono trovata alla fine dell’ottavo episodio con un senso di vuoto, ma un senso di vuoto, che nemmeno la morte della mamma di Bamby, ve lo giuro.
E quindi è fatta bene!
Certo, anche qui la trama è sempre un po’ un cane che si morde la coda… una cosa a metà tra un thriller ed un romanzo on the road, ma in sintesi, rende abbastanza bene.
Anche qui torna l’omosessualità femminile ma trattata in maniere decisamente velata, proprio perchè è una storia parallela a quella principale.
Cosa ho amato?
Sicuramente i colori!
E’ tutto incredibilmente soffuso ed in contrasto nettissimo con le turbolenze dei protagonisti.
Io perdo la testa, per questi contrasti così marcati. Mi piacciono moltissimo perchè creano una vera e propria connessione con il prodotto che si guarda e, almeno a me, fanno sentire parte degli avvenimenti.
Ed ho amato l’adorabile accento dei due attori. Non ve l’ho detto ma questo prodotto eccellente, non è Made in USA but Made in The loving harms of Queen Elisabeth! Una bella, bellissima serie, tutta inglese in ogni minimo aspetto.
Una menzione speciale, anche questa volta, va alla colonna sonora.
Azzeccatissima. Ti fa proprio venir voglia di stare lì, pronto a cercare il titolo della canzone che fa da sottofondo alle scene.

Anche in questo caso, consiglio fortemente questa serie ma non come riempitivo della vostra giornata, bensì come sostitutivo di qualsiasi cosa voi abbiate da fare nel momento stesso in cui cliccate play sul primo episodio… che magicamente finirà solo con la fine dell’ultimo.

Cari lettori e Care lettore, vi ringrazio sempre per la vostra attenzione, che mi anima e mi sprona a continuare a scrivere infinite pagine piene di vacuità più o meno interessanti che però a me piacciono, quindi penso che potrebbero piacere anche a voi… e così continuo, continuo e vado avanti a scrivere tutte quelle cose che, se non scrivessi, vomiterei (autocit.)

 

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Cultura pop e tipizzazione umana Pt3: i Pippi Baudi e De Andrè

Avete presente quegli esemplari umani che non perdono occasione per puntualizzare che loro, quella cosa che sta spopolando in questo preciso momento, la conoscevano già da prima?
Li riconoscete, i “Pippi Baudi” della moda, della musica, del cinema, della tv…?
Benissimo

Io faccio parte di questa categoria da me medesima considerata un’inutile piaga sociale perchè: “l’ho scoperto prima io ma adesso è così commerciale…” fa tanto snob… ed io non sono poi così snob.
Insomma, gli appartenenti al mio sottogruppo umano, conoscono qualcosa e la amano profondamente fino a quando, l’oggetto del loro amore viscerale, comincia a spopolare. A quel punto, noi “Pippi Baudi” di tutto il mondo, ce ne distacchiamo con sdegno e delusione perchè: “eh, hanno/ha perso tutto l’ appeal… Eh ma ha perso in qualità per amore della fama… Eh ma adesso è l’idolo delle ragazzine” e tutta una serie di motivazioni serie paragonabili a quelle delle persone che decidono di vestire colori fluo.

Questa cosa mi è successa tante volte.
Amavo gli Artic Monkeys  ed ho consumato le cuffie a forza di ascoltare le loro canzoni. Poi però hanno iniziato ad ascoltarli tutti e mi sono venuti a nausea.
Amavo  Le Luci Della Centrale Elettrica  ma poi
” Per struccarti useranno delle nuvole cariche di piogge
Vedrai che scopriremo delle altre Americhe io e te” è diventata la didascalia preferita per le foto pseudo esistenzialiste ed un po’ nouvelle vague delle fighe in costume, con chiappe e tette al vento
( ve lo giuro, non vi meritate nè chiappe nè tette, laide)
e allora ciao ciao Vasco Brondi, finisci agli inferi anche tu con le tue canzoni e le tue citazioni.
Amavo i Coldplay ma no, non è vero mai, mi hanno sempre fatto cacare dal naso anche prima che spopolassero

Insomma…
Visti i miei trascorsi, la stessa cosa sarebbe dovuta succedere anche quando, grazie ad una miniserie amata ed odiata dall’opinione pubblica intitolata “Il Principe Libero”, le masse sono tornate ad apprezzare il genio, la sregolatezza, l’alcolismo, il tabagismo, la poesia e la meraviglia tutta di Fabrizio De Andrè

Ma facciamo una breve (ma non brevissima) digressione nella quale sfoggerò tutto il mio essere Pippobaudesca.

La prima volta che ho sentito la voce di Faber ero davvero, davvero piccola.
Era domenica e mio padre guardava alla tv un programma di critica d’arte condotto da Sgarbi durante il quale, ad un certo punto, partì un ritornello che catturò la mia attenzione di bambina di 4 anni o poco più che faceva: “Attenti al Goriiiillà!”
Solo che a mio padre non faceva molto piacere, sentirmi canticchiare questo ritornello…
Qualche anno dopo poi, era sempre domenica ed eravamo a pranzo dai miei nonni paterni. Io stavo a rompere le balle a mia zia quando, sempre mio padre, esclamò con enorme dispiacere: “Ma è morto De Andrè!”
“Mannaggia, mi dispiace… è morto un amico di papà!” ho pensato… e subito sono ritornata a rompere le palle a mia zia, attività che occupava il 90% delle mie visite a casa dei nonni paterni.

E Faber rimase per me, per molti anni, solo un ritornello sentito in televisione di sfuggita fino a quando, la meravigliosa invenzione di eMule (sigh), mi permise di scaricare miliardi e miliardi di file audio tra i quali comparivano, in tutto il loro splendore, alcuni tra i più famosi brani di De Andrè.
Quegli stessi brani, divennero l’inno della mia adolescenza.
Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti!” era il mio slogan preferito durante le manifestazioni studentesche;
Gli arcobaleni d’altri mondi hanno colori che non so
lungo i ruscelli d’altri mondi nascono fiori che non ho“, campeggiava tra i testi dei Metallica e quelli dei Guns’n Roses tra le pagine del mio diario di scuola, le parole de “Il Testamento di Tito” e de “La Città Vecchia” urlavano tutta la mia ribellione adolescenziale e tutta la nausea verso “I grandi, traditori dei loro ideali ed il loro perbenismo”.
In fine, “Non al denaro, non all’amore nè al cielo”, che contiene “Il Suonatore Jones“, forse la sintesi perfetta di tutto quello che Faber è ed è stato, divenne oggetto della mia tesina per gli esami di maturità.

Non si può proprio dire quindi, che si sia trattato di un amore passeggero…
Ma ai Pippi Baudi non interessa l’entità del coinvolgimento… I Pippi Baudi mettono da parte e come Edith Piaf, voltando il capo esclamano fieramente “Je ne regrette rien!”

E invece no.
E invece, seppure io non abbia ancora avuto il tempo ed il coraggio di guardare questa miniserie, seppure i pochi spezzoni visti qua e là, con Marinelli, romano de roma, che più di lui solo Totti, che interpreta un genovese doc mi facciano un pochinoinoino rabbrividire, devo esprimere tutta la mia gratitudine nei confronti di chi ha speso del tempo per celebrare e valorizzare un pezzo grossissimo della musica italiana, facendolo tornare alla ribalta e facendolo scoprire a chi non lo conosceva ancora.

Perchè sono 3 giorni che se scorro Facebook non vedo altro che link di Youtube che rimandano alle più svariate canzoni del repertorio di Faber e questa, anche per me che sono una fierissima Pippobauda musicale, è una cosa meravigliosa perchè mi fa tornare un po’ di fiducia nei confronti del genere umano.
Perchè finalmente, la televisione è stata portatrice di bellezza vera, che non è solo quella delle canzoni di De Andrè, ma è quella della fragilità e delle debolezze e dei vizi dell’uomo Faber, umano, troppo umano (le cit colte),  magari non un ottimo umano, non un ottimo padre… ma sicuramente un artista completo, sensibile e vicino ad un mondo dalle tinte un po’ noir fatto di criminali, prostitute, uomini sordidi e viscidi, drogati, infelici del quale in un certo qual modo, anche lui era parte integrante.

Ed in cuor mio, vorrei che quest’ondata d’entusiasmo faberiano non finisse mai, perchè mi regala tanta gioia e fa riemergere un po’ di poesia nel mio cuoricino, momentaneamente arido a causa degli esami e dei libri e della linguistica onnipresente

Ma soprattutto perchè sono tre giorni, 72 ore più o meno che non vedo, scorrendo la mia home di Facebook, nemmeno un maledettissimo post contenente l’inno degli abomini musicali di quest’anno composto da una sorta di Pitbull (mr Worldwide!!!) dai capelli rossi che ha reso tutte, ma proprio tutte le ragazze del mondo (tranne me che ti odio con tutte le mie forze), “a girl stronger than anyone”.

Per questo, mi sento di dire
Grazie, cara Rai.
Te lo sei meritato il canone, per quest’anno ❤

 

 

Stringimi piano, Stringimi forte

Di tutto quello che vorrei dire su San Valentino, sulla festa vera e propria intendo, ha già abbondantemente parlato la mia amica Helena nel suo Di buona Lena che vi consiglio vivamente di leggere perchè è veramente pungente e divertente.

ATTENZIONE: Sulle parole in blu, dovete cliccarci! Perchè altrimenti, non capirete 3/4 di quello che leggete. ve lo assicuro.
Non ho una buona opinione delle ricorrenze, io.
Non mi piace molto l’idea che esista un giorno dell’amore, un giorno del sorriso… un po’ perchè comunque non me ne ricordo mai ed un po’ perchè ritengo che non sia proprio uno dei bisogni primari dell’uomo, avere delle ricorrenze di questo tipo.

Nel giorno dedicato all’amore però, non posso fare a meno di chiedermi: “Com’è per me l’amore?”

Mio padre mi prende sempre un po’ per i fondelli (come siamo educate quest’oggi) quando dico che non ho bisogno di dimostrazioni particolari e che, in effetti, le rifuggo come un celiaco evita il glutine
Ma è proprio così!
Avrete capito che a scrivere non è proprio il più delicato e femminile dei fiorellini di campo, ecco… E proprio per questo, proprio perchè dentro di me non vive una principessa, io non sopporto le dimostrazioni plateali.
Non mi piacciono perchè aprono una porta della mia vita che vorrei rimanesse riservata a pochi, in questo caso due: io e quel sant’uomo che ancora mi sopporta.

Quando avevo 17 anni, nella mia città, andava di moda appendere degli striscioni su una specie di cavalcavia che sovrasta una delle strade più trafficate del centro storico.
Tante delle mie amiche li hanno “ricevuti” in regalo, tante altre li hanno appesi per le loro dolci metà e tante altre sarebbero morte pur di avere il loro benedetto striscione sul cavalcavia.
Io, onestamente, non le ho mai giudicate ma ho sempre pensato che, se mai nel mondo qualcuno avesse pensato di fare a me una cosa del genere, io lo avrei cercato, lo avrei trovato e poi lo avrei lentamente squoiato provocandogli una lenta e dolorosa agonia.
Qualche anno prima di questa magnifica trovata invece, si usava agganciare dei lucchetti ai parapetti di un ponte, come ci aveva mostrato in una delle sue fatiche l’irreprensibile Federicone Moccia che mannaggia a te, hai rovinato le teste di milioni di ragazzine.
Anche in questo caso, nonostante anche io avessi letto le “lacrime strappa storie” che narrano le avventure di Babi e Step, diciamo che il lucchetto me lo sarei ingoiato con tutta la chiave, piuttosto che appenderlo sul ponte.

Ma secondo mio padre, invece, volevo fare l’alternativa, la donna forte ed emancipata che finge di non essere lusingata dalle attenzioni dei ragazzi e no, non poteva essere vero che tutte queste sceneggiate mi facessero cariare i denti e rivoltare lo stomaco.

E invece, cari miei, a distanza di anni, sono ancora qui ad urlare al mondo che io, allo striscione sul cavalcavia rinuncio ben volentieri in cambio di un cinema, old but good.

Che ad un lucchetto che incatena per sempre un legame e che verrà poi consumato dalla rugine e reso uguale a tutti gli altri pezzi di ferro messi lì, come simbolo d’amore eterno ed imperituro, che sfiorisce più e peggio di una rosa, preferisco ancora una carezza che faccia risvegliare le farfalle nel mio stomaco, quasi sempre stordite dal veleno e dall’eccessiva produzione di succhi gastrici che affligge la mia vita.

Che ad una serenata rap, preferirò sempre due cuffiette da dividere, per ascoltare le parole che qualcun altro ha scritto e cantato ma che, in quel momento, sono tutto ciò che vorresti dire anche tu.

E per rimanere in ambito musicale, ad un verso qualsiasi della sopravvalutatissima quanto indistinguibile discografia di Ed Sheeran (non ve l’ho già detto che lo cancellerei dal mondo con un raggio laser?) dei Coldplay e compagnia cantante, continuerò a preferire l’arpeggio delicato ed estremamente intimo di una canzone, quasi sconosciuta, sussurrata, che quando la gente si scambiava striscioni, avevo scritto nel mio diario di scuola, con la speranza un giorno, di trovare qualcuno per cui valesse la pena, spendere quelle parole e quella dolcezza che io, altrimenti, non sarei mai e poi mai riuscita a tirare fuori.
Qualcuno al quale avrei potuto dire prima bianco e poi nero, “Stringimi piano, Stringimi forte“, senza sembrare una pazza nevrotica.
Qualcuno al quale avrei potuto chiedere di alleggerirmi un po’dai pesi che la vita, con il suo inesorabile incedere, iniziava già a far sentire sulle mie spalle, sempre larghe ma un po’ gracili.
Qualcuno che avrei potuto considerare un rifugio durante le tempeste e con il quale, nelle giornate di sole, avrei potuto attraversare sentieri e scalare montagne, ridendo con leggerezza.
E sapevo che lì, qualcuno per me c’era.
Quello che non sapevo, è che quello che cercavo era da sempre al mio fianco e per me, in silenzio, aveva preso tanti pugni (non necessariamente figurati) allo stomaco ed aveva ingoiato tanti di quei bocconi amari che non sto nemmeno qui a dirvi…
E quel qualcuno, stranamente e miracolosamente, non è ancora scappato via!
“Com’è per me l’amore?”
Mi chiedevo all’inizio.
E se dovessi descriverlo a parole mie, non ci riuscirei. Per questo, fortunatamente, al mio posto ci ha pensato Dori Ghezzi.

 

          

Cultura Pop e Tipizzazione Umana (Pt2): Gli Invidiati

Vagare su Instagram, lo sapete già, é per me fonte di svago quotidiano e, qualche volta, di immani ragionamenti sul genere umano.

Non troppo tempo fa, ho voluto parlarvi dei postatori di libretti universitari; una delle peggiori evoluzioni della specie umana.

Pensavo però che nulla potesse irritare il mio già irritabilissimo colon più della sopra citata categoria di subumani nata con l’avvento dei social network.

MI SBAGLIAVO.

Mi sbagliavo assai, “siore e siori”.

Perché più subdola della rucola infida e bastarda, più invadente del gas in una scatola, più brutta della morte, si nascondeva lì tra i contatti consigliati

LA categoria colite:

GLI INVIDIATI.

Con Invidiati, definiamo quegli esseri antropomorfi, di dubbia bellezza, di dubbia personalità, colmi di ego e di coraggio, che aggiornano i loro profili social con foto scattate AC/DC che ritraggono ( QUALSIASI COSA), dalla cena dal paninaro (amici settentrionali, ci vorrebbe un altro post per questa digressione), allo shopping fiero da Tutto1€, usando come didascalia una frase, resa hashtag, standardizzata per la quale si rende necessaria una traduzione:

Originale:”#AFACCIDEMAIARI”

Trad Siciliano-Italiano: “#ALLAFACCIADEGLIIETTATORI”

Io, la categoria degli Invidiati, la identifico un po’ con questa famiglia qui: uno-dei-figli-di-cletus-e-brandine-gli-allocchi-bifolchi-si-chiama-crystal-meth_517_w620

 

Per chi non li conoscesse, questi due

sono Cletus e Brandine Spuckler,

gli adorabili allocchi bifolchi della ridente

cittadina di Springfield.
Ecco, gli invidiati, spesso e volentieri somigliano

a questi due personaggi dell’universo Groeningiano per tanti motivi.

Uno su tutti, la loro mania assoluta di persecuzione.

Secondo gli invidiati infatti, 3/4 della popolazione mondiale passa le sue giornate chiedendosi: “Cosa staranno facendo Brandine e Cletus oggi? Quasi quasi lancio su di loro un’orrenda maledizione!!!”.

E’ proprio da questa infondata credenza che gli Invidiati si tramandano di padre in figlio che nasce il loro motto, celeberrimo, ormai trasformato in hashtag: #AFACCIDEMAIARI

Come facciamo noi adesso a spiegare agli Invidiati che a noi, della loro vita, del loro lavoro, delle loro cene a lume di lampione del paninaro, del loro shopping da Casa Facile etc etc, non ce ne frega più del dovuto?
Voglio dire

Ce ne frega, dal momento che continuiamo a seguirli sui social.
Nel mio caso, l’interesse resta vivo solo perchè, madre de dios, sono uno stereotipo vivente e parlano per orride frasi fatte spesso inserite in contesti completamente fuori luogo…raffaella parvolo lookInsomma, mi ricordano un po’ lei:

Autodefinitasi la donna più amata ed invidiata d’Italia,

che si considera la sua sosia: raffaella-fico

 

 

 

 

Sia l’una che l’altra, non brillano di un’intelligenza fuori dal comune, è ovvio.

Ma solo una delle due appartiene alla categoria degli Invidiati. Chi, secondo voi?

Ai posperi, l’ardua sentenza.

 

La Cultura Pop e la tipizzazione umana (PT1)

 

Voi proprio non potete capire da quanto tempo provo a scrivere questo post.

Non ci sono parole a sufficienza, nel vocabolario della lingua italiana, per descrivere la vacuità e la frivolezza del mio pensiero, questo è certo, quindi non aspettatevi di leggere importanti dissertazioni politiche (quelle continuo a vomitarle, letteralmente, addosso ai miei interlocutori reali), né discussioni su importanti temi di attualità.
E’ altrettanto certo però, che tutti noi, nel corso delle nostre vite, abbiamo avuto la fortuna (perché quella serve sempre eh, anche per friggere le uova!) di incontrare quel genere di persona che, da questo momento in poi, chiameremo Gavin in onore del bello e confuso Gavin DeGraw.
Che nessuno mi dica “ma chi è, non lo conosco!1!” perché il suo più grande successo (eccolo https://www.youtube.com/watch?v=JkUnBPdR9RU ) lo hanno passato in radio, in TV, in audiocassetta, in mp3, in tutti i luoghi (No. Non ci pensate nemmeno) possibili ed immaginabili e quindi, se “ Ignorantia iuris neminem excusat”, anche l’ignoranza della cultura Pop non verrà perdonata in questa sede (io lo so, la mia prof di Latino e Italiano del liceo mi legge… lo sa che facevo cagare in Latino eh, ma sai mai…).

Dicevamo.
Gavin, sia maschio o femmina, è quel soggetto bello e dannato (spesso più dannato che bello) avente in testa un neurone ed uno specchio (che consente al neurone, poraccio, di salutare qualcuno nei momenti di solitudine estrema), che vi/ci ha fatto perdere la testa con una sola, decisiva occhiata.
E anche qui, è inutile che facciate i superiori perché se non vi siete mai scontrati con un Gavin è perché non siete mai usciti di casa tra i 15 ed i 99 anni.

Gavin vi nota in mezzo ad una folla sconfinata di papabili prede.
Vi cerca e fa sorgere nella vostra mente una fondamentale ed importantissima domanda:
“Perché io?”  9b3
Domanda che vi porrete e riporrete all’infinito nel corso dell’epica storia con il suddetto individuo chiamato Gavin.

Gavin, con la nonchalance del seduttore consumato, vi corteggia, vi prende per mano, elogia la vostra bellezza anche quando sapete tranquillamente da soli che siete belli come una canzone di DJ Francesco, vi fa toccare il cielo con un dito, vi fa sentire in pace con il mondo, vi dedica parole che arrivano dritte al cuore e, se siete fortunati, ve le canta pure!!!

Insomma, Gavin vi strega e voi non riuscite a liberarvi da questo incantesimo d’ammore che vi ha imbrigliato il cuore…

Fino a quando, passato qualche giorno, notate che tutto comincia ad essere più distante, meno insistente, silenzioso… troppo silenzioso. Assente. Come quando uno scompare e non lascia tracce di sé… Come quando si tenta di scappare senza fare troppo rumore…
E con la velocità di chi nello stesso album inserisce la serenata e subito dopo la supplica di perdono per le corna, alle vostre orecchie arrivano le fatidiche parole, le più temute da tutto il genere umano:

DOBBIAMO PARLARE”?
AHAHAHAH ma scherziamo? Parliamo di Gavin!!!

Le parole più temute dal genere umano sono le seguenti:

NON SEI TU CHE NON VAI BENE. SONO IO CHE NON VOGLIO IMPEGNARMI”.

                                                                      BOOM

E nel vostro lobo sinistro, riemerge un’antica e trascurata domanda … “Perché io?”

 

Eh, perché…

E allora vi struggete, cercate di capire se siete stati troppo assillanti, troppo o troppo poco presenti, troppo o troppo poco dolci e tutta una serie di cose inspiegabilmente inutili I N U T I L I perché

“Tanto, dovesse anche tornare in ginocchio sui ceci, io non avrei cosa farmene con uno di questi”

AHAHAHAHAHAHAH!!!, diceva la eco, in lontananza…

E poi, puntuale come solo la sfiga sa essere, Gavin decide di tornare da voi e, con gli occhi languidi, la voce tremante, “il cuore a mille”, pronuncia la prima persona plurale al tempo presente del modo indicativo più usata dai Gavin nel mondo:
“PROVIAMOCI”

Qui, di riflessivo c’è solo la particella, sappiatelo.

Che si alterna benissimo ad un altro classicone: “ DAMMI UN’ALTRA CHANCE!”

E qui, anche qui, il Gavin originale non ci lascia a bocca asciutta:

Dopo circa 20 secondi o poco più di tribolazioni, eccovi di nuovo ai piedi dell’amato fustacchione di nome Gavin, che sicuramente in questi tre giorni “sarà cambiato. Non sarà più lo stesso di prima!”

Ssì!

 

E di nuovo giù di bellissime parole, dolci e toccanti, di lunghe passeggiate/pomeriggi trascorsi in macchina lontano da occhi indiscreti perché sia mai, oh Signore, che il mondo veda Gavin in vostra compagnia!
“Eh, ma è riservato!1!”

N O
O ti mette le corna, o mette le corna a qualcuna con te. Questa è!

E i giorni passano

E la fatidica indimenticata domanda “Perché io?” torna a fare capolino nelle vostre testoline, solo che questa volta sì, cercate di dare una risposta plausibile ai vostri perché, ma nemmeno troppo…

Perché, voi non lo sapete, ma state già uscendo dal buio Gaviniano nel quale siete caduti e proprio lì, davanti ai vostri occhi, lo vedete. E’ un altro essere umano, sicuramente meno Fatale di Gavin ma, hey, ha più neuroni e meno specchi!!!
E questo però, il bel Gavin confuso, lo capisce e salta subito a conclusioni un po’ affrettate e banali, banali come questo video:

E così discutete, o per lo meno ci provate. Ci provate voi, perché Gavin quando capta il pericolo attua la tecnica dell’Opossum, che si finge morto per sfuggire al pericolo…

e voi e solo VOI arrivate alla conclusione che, in fin dei conti, Voi e Gavin non potete stare insieme.
Nel frattempo però, il pavido Gavin è già andato via a mietere altre vittime inconsapevoli del suo fascino da bello (mica tanto, eh) e dannato, dannatamente IDIOTA.

Così, mentre voi vi avvicinate timidamente a questo nuovo esemplare di essere umano pensante, con un po’ meno addominali ed un po’ più di neuroni,

Gavin, il giovane Gavin va via, sulle note della sua libertà che suona un po’ così:

Sognai talmente forte, che mi uscì sangue dal naso

Com’è fortunato, chi sa cosa e chi vorrà essere nella sua vita.

Io, questa fortuna, non l’ho mai avuta.

Non sono stata una di quelle bambine che “Da grande sarò una veterinaria/una ballerina/un’astronauta…”
NO.
Io volevo essere tutto: dall’insegnante all’archeologa passando per l’avvocato e la ginnasta.
TUTTO.

Capita poi che un giorno, all’improvviso, capisci qual è il tuo unico e solo posto nel mondo.

Io, il mio posto, lo trovai un pomeriggio in autobus, di ritorno dall’ennesima lezione all’università.
L’ho ritrovato, in realtà, tra le note di una canzone, sprofondata su un sedile lercio e polveroso di un vecchio bus interurbano.

Il mio posto nel mondo, in quel momento, suonava come la chitarra di Paul McCartney ed ha acceso in me un milione di lampadine che, di li a poco, mi hanno portata a scrivere una tesi all’apparenza leggera, di poco spessore e, certamente, per niente vicina allo stereotipo serioso ed ordinato che il mondo che mi circonda ha (pur non avendone, in molti casi mai,

scritta una) di tesi di laurea.
Scrivere di reggae, studiare il giamaicano, scrivere, scrivere e ancora scrivere righe su righe parlando di un piccolo uomo diventato grande, immenso, tanto da essere considerato un semidio per la sua gente, per il mondo e per le generazioni passate e future… Parlare di MUSICA, del mio posto nel mondo che si trova lì, tra le righe di un pentagramma, immerso nella potenza di una chitarra, nello squillo di una tromba… è stata la fatica più piacevole della mia vita.
E se è vero che nemmeno la commissione che l’ha esaminata, ha capito fino in fondo cosa volessi dire scrivendo del messaggio positivo trasmesso da questo genere musicale così bistrattato, è altrettanto vero che da quel momento, la bambina indecisa che voleva fare TUTTO, ha trovato la sua strada.
Ed è stato proprio seguendo quel nuovo ed impervio sentiero che, per qualche mese, ho potuto lavorarci, con la musica e NELLA musica.
E sì, come diceva Cat Stevens “it’s a wild, wild world”. Non c’è tempo quasi per respirare, le scadenze sono serratissime, l’errore è sempre lì, dietro l’angolo ma, hey, sono stata in paradiso!
Ho visto come si costruisce un grande successo, ho conosciuto dall’interno delle realtà che pensavo essere di nicchia e che invece sono le più remunerative, ho ascoltato in anteprima roba che voi forse sentirete tra due mesi (gnegnegnegne)

ed ho desiderato con tutte le mie forze di continuare a stare lì dentro.

“Sognai talmente forte

che mi uscì sangue dal naso”

dice Faber in Fiume Sand Creek.
Ed ora che mi ritrovo a raccogliere le mie cose per ritornare alla vita “Normale”, ai libri, agli esami, al freddo, alle lezioni, all’ansia… io vorrei solo rimanere lì, seduta a quella scrivania bianca, per continuare a far parte di questo mio benedetto Mondo ideale che si avvicina, si avvicina, si avvicina e poi, in modo repentino si allontana e torna ad essere sempre più lontano, quasi irragiungibile.

C’è chi sogna più in grande di me, questo è certo, c’è chi sogna le grandi città europee, chi vorrebbe che io sognassi altro, magari per realizzare sogni che si sono fermati nella testa di chi li vorrebbe rendere miei, quei sogni…
E poi ci sono io,

che sto ancora sorridendo al pensiero di quello che mi è capitato e che, chiudendo la porta alle mie spalle, spero e sogno già di poter ritornare lì dove sono stata veramente felice e di poterci rimanere ancora un po’.

Happy Gnu(rant) year. Gli auguri semiseri.

Il giro di boa, il conto alla rovescia, sono gli ultimi giorni dell’anno vecchio che si sa, è stato una merda peggio dell’anno prima…

E tra Natale e Capodanno stiamo tutti (eh?!) lì a contare i carboidrati, a mangiare verdurine, a tentare di costruire un essere umano migliore per l’anno che si appresta ad arrivare.

Parlando di dieta, siccome ci tengo ad avere una forma coerente con il mio essere idiota, e quindi tonda, al grido di “Non mi dispiace, non me ne pento”, ho mangiato l’equivalente di due pizze all by my self, con tanto di faccina compiaciuta e balletto della felicità.

La mattina però un po’ ho pianto perchè il culo grosso va bene solo se ti chiami Jennifer Lopez…

Poi, ovviamente, non può mancare la pioggia di ovvietà che puntuale come un milanese ad un appuntamento, arriva a mo di grandine sui campi di pomodoro, a puntellare le balle di tutti noi, che ci ritroviamo a leggere tali e tante cagate astronomiche, insensate e, per la miseria, sempre S E M P R E uguali.

Sempre per una questione di coerenza però, anche io mi cimenterò nella scrittura degli auguri di fine anno.

Per l’anno che verrà mi auguro di:

  • Trovare una soluzione al grande mistero che da tempo affascina l’universo, ovvero: “In che modo impiegano il tempo, gli esseri umani che abbreviano le C con le K?
  • Ricevere una dose infinita di concentrazione nello studio ed anche una buona, buonissima dose di ottimismo perchè alternare stati di “No, non ce la faccio voglio morire adesso” a “Dai, dai, dai!!! Il rush finale è vicino!!!” non è salutare, non è piacevole e soprattutto, a meno che io non mi trasformi in un Due Facce a metà tra Leopardi e Gianni Morandi, non serve proprio a nulla.
  • Incontrare sulla mia strada, tanti di quei casi umani da poter riempire pagine e pagine e pagine con le loro prodezze, linguistiche e non, che in fin dei conti, mi fanno sempre un po’ sorridere (forse è una conseguenza delle frequenti embolie cerebrali che mi provocano…).
  • In ultimo, proprio perchè si tratta di auguri semiseri, mi auguro qualcosa di veramente, veramente importante.
    Auguro a me stessa di avere la forza di dare più peso alla mia opinione.
    E’ strano pensare che un soggetto come me, che con l’altrui opinione ha sempre ricavato delle meravigliose salviette da bagno, abbia quasi sempre vissuto nella speranza di compiacere qualcuno.
    Purtroppo, il “pat pat ” tanto cercato, non arriverà mai perchè “tutto è perfettibile”, e questo è chiaro, ma molto probabilmente mai nulla di quello che faccio e farò nella mia piccola vita darà modo a qualcuno di poter essere orgoglioso o almeno contento, del mio operato.
    “Più la mia, meno la loro” sarà il mio motto per l’anno nuovo e si spera per la vita.
    Perchè si arriva ad un punto di non ritorno, in cui ti rendi conto che la corsa all’approvazione ti farà crollare e sprofondare in un baratro di ansie dal quale diventerà sempre più difficile venir fuori.
    L’unica persona che ha il diritto di giudicare quello che faccio, sono IO. 
    Io conosco i miei limiti, Io conosco i miei sogni, Io conosco le mie ambizioni….
    E non è un mio problema se nulla di ciò che è nella mia testa e nel mio cuore rispecchia il sogno che su di me aveva chi mi circonda.Finita la digressione stracciaballe torno da voi, cari ed affezionati lettori, ad augurarvi “Buona Fine e Buon Inizio!1!”
    Happy Gnu(rant) Year, dallo staff di LetThemFlow composto da Martina, Mar e Tina.
    Non bevete troppo
    Non ammazzatevi di cotechino
    Mangiatele le lenticchie, che sono buonissime e fanno bene
    Non prendete la notte di Capodanno come un pretesto per accoppiarvi con qualsiasi cosa strisci, nuoti, voli o cammini sul manto terrestre perchè la dignità va via e non torna con l’anno nuovo. Se ci riuscite poi, portate nei vostri cuoricini laidi un po’ di compostezza e, se avanza spazio, un  po’ di umiltà perchè “Alla faccia di ki mi vuole male”, ne fate tali e tante di quelle cagate che volervi SOLO male diventa sintomatico di profonda bontà ed aspirazione alla santità in Cristo. Le randellate vi darei, sui dentini.
    Polemizzate amici, POLEMIZZATE!!! E la vita vi sorriderà quest’anno e per sempre!

Tanti auguri.